venerdì 28 luglio 2017

GRAZIE

Caro R,
ora che è passato qualche giorno e abbiamo riordinato le idee (i sentimenti resteranno in disordine ancora per un po'), posso raccontarti qualcosa di questo festival che avevamo tanto desiderato e che ci avete aiutato a realizzare.
Sono stati per tutti tre giorni speciali, in particolare per quelli che li hanno vissuti dall'inizio alla fine: le duecento persone, perlopiù ragazzi, che hanno campeggiato nei boschi intorno alla radura, prendendo due o tre temporali notturni e asciugandosi al sole del mattino. Alcuni arrivavano da molto lontano: Napoli, Cagliari, Roma, l'isola d'Elba. Alcuni venivano in montagna per la prima volta in vita loro. Da tanti ci sono arrivati messaggi di gratitudine, tanta gioia di essere qui a godersi la montagna in libertà e in amicizia, e questo era poi, aldilà degli ospiti, i libri, i concerti, i discorsi, il vero obiettivo del festival.
A loro si sono aggiunte molte altre persone che andavano e venivano dalla Val d'Aosta o dalle città vicine come Ivrea, Torino, Novara, Milano: ne abbiamo contate circa un migliaio al giorno. Forse è il numero limite, o ci siamo andati vicini, perché strade e parcheggi di Estoul non avrebbero retto molto di più, ma il traffico al festival non si sentiva né si sentivano le suonerie: miracolo al tempo dei telefoni e della loro solitudine, abbiamo trovato una radura dove non arrivava il segnale, e anche questo meraviglioso silenzio dalle persone è stato molto apprezzato.
Ci sono stati tre concerti, quattro incontri con gli autori, tre performance artistiche dal vivo, una mostra fotografica nel bosco, giochi per i bambini, escursioni. Come forse avrai saputo, Mauro Corona ha rinunciato negli ultimi giorni. So che ha annullato altri suoi impegni in questo periodo e ci siamo scambiati qualche messaggio, mi spiace molto che non stia bene: lui è stato il primo a credere nel nostro festival, a presentarci a voi, a donare di persona un generoso contributo, e gli sarò sempre grato per questo. Mi pare che siamo riusciti con una bella festa anche ad alleviare la delusione di chi era venuto apposta per lui.
Abbiamo fatto tante foto che puoi vedere qui, se ti va. A settembre ci sarà anche un documentario. Ma le immagini non bastano davvero a rendere le emozioni, la commozione che personalmente ho percepito, frutto di uno spirito di semplicità, amicizia, amore per la bellezza, desiderio delle relazioni autentiche che in montagna riescono a nascere ed esistere, e che per tre giorni abbiamo avuto la fortuna di sperimentare. Ho guardato andare via tutti con grande nostalgia. Avevamo previsto giorni di pulizie alla fine, ma il lunedì nel bosco e nella radura non c'era nemmeno un rifiuto. Del passaggio di tremila persone restavano solo segni leggeri che la montagna cancellerà presto, e questa è stata l'ultima sorpresa, l'ultimo regalo che abbiamo ricevuto da chi ha fatto tutta la strada per arrivare ai 1800 metri di Estoul. Tra loro sento di aver trovato dei nuovi amici.
Tutti hanno cominciato subito a chiederci dell'anno prossimo, noi adesso ci riposiamo un po'. Dall'autunno ci rimetteremo al lavoro. Tanto ormai l'hai capito, chiusi in casa non ci sappiamo stare: come dice il mio amico Danny Boy, “ogni nave in porto è sicura, ma questo non è lo scopo per cui è stata costruita”.
Un grande grazie e un abbraccio selvatico da tutti noi.
Paolo & gli Urogalli



lunedì 17 luglio 2017

I DISTRUTTORI

(Questo pezzo è uscito su Robinson del 16 luglio)

C'è un ultimo vallone selvaggio ai piedi del Monte Rosa, esiste da sempre e tra poco non esisterà più. Ora che sono lontano, su un treno che attraversa una pianura che non so guardare, posso chiudere gli occhi e ritrovarmi nel paese di Saint-Jacques, in fondo alla Val d'Ayas, dove l'Evançon è ancora torrentizio, tumultuoso, l'acqua grigia e verde di ghiacciaio. Lassù un ponte di tavole attraversa il fiume e una mulattiera sale nel bosco tra le radici dei larici. Supera un albergo d'inizio Novecento, lusso di poeti e regine, chiuso per sempre col suo secolo glorioso; una colonia dai muri in sasso grigio, dove nessun ragazzo da tempo è stato più visto giocare; una stalla in cui i pastori dell'est accudiscono le bestie d'altri. Ma le cose degli uomini non mi commuovono quanto quelle della montagna, né s'imprimono con tanta forza nella memoria: poco più su il bosco finisce e il sentiero sbuca in una conca che è un piccolo gioiello segreto. Vedo i pascoli del Pian di Tzére (il modo in cui un torrente rallenta e s'incurva in un prato, le sue anse sabbiose, la parola ruscello a cui si concede, prima che un salto di roccia lo renda di nuovo torrente, acqua bianca di schiuma che precipita giù), la pietraia di grandi lastre piatte che una volta ho risalito col mio amico montanaro, ognuno per la sua la strada fino alla cascata (qualcosa ci aveva divisi e quel giorno non parlavamo, camminavamo lontani, forse entrambi speravamo che la montagna risolvesse le cose al posto nostro), il ghiacciaio che in alto sporge dagli strapiombi, bianco lucente sulla roccia nera e marcia, con i blocchi che nel pomeriggio si staccano e si schiantano di sotto (il ritardo del rumore per la distanza: vedere prima il bagliore del ghiaccio che cade, come un lampo, e poi sentire il brontolio del tuono). Ricordi che d'inverno tornano nei miei sogni di città: le torbiere intrise d'acqua di fusione e il sentiero che s'impantana, la montagna che verso i tremila metri è tutta gobbe morbide, morene, avvallamenti. Ho sognato le distese di erioforo in agosto, i fiocchi bianchi che ondeggiano sull'acquitrino come campi di cotone selvatico, e poi il gran lago cupo, nero di nuvole e verde di silice, il verso stridulo dei gracchi nel vento. In riva al lago ho scritto una scena sul mio quaderno, quella in cui Bruno grida alla montagna che lui se ne andrà di lì: l'ho fatto anch'io per sentire come suonava, ho ricevuto l'eco del mio grido e ho visto i camosci fuggire spaventati oltre il colle delle Cime Bianche.
Ora tutto questo non esisterà più perché il vallone, che prende nome proprio da quel colle, sarà sacrificato come tutto il Monte Rosa allo sci di discesa. In effetti è un miracolo che esista ancora perché appena al di là, oltre la cresta da cui ho visto i camosci scappare, c'è Cervinia con i suoi impianti e i suoi alberghi, e di qua comincia un comprensorio che unisce Ayas, Gressoney e Alagna: valli che furono un crocevia di lingue e popoli, dove oltre al piemontese e al patois valdostano si parla il tisch dei walser che nel '300 emigrarono a sud del Monte Rosa in cerca di terre coltivabili. Valli di pastori e contadini che cominciarono ad arricchirsi quando, nel Novecento, la villeggiatura in montagna divenne cosa da signori, e lo sci una moda sempre più popolare. Ora per quei villaggi a duemila metri, accanto alle case di legno e e pietra dei walser, passano le piste di due grandi aziende della neve, un'industria turistica da milioni di clienti all'anno, separate solo da questo angolo selvaggio di mondo. Grazie a quella funivia si fonderanno e forse clientela e fatturato cresceranno ancora. Ci credono i politici e gli amministratori locali, ci puntano gli imprenditori, ci sperano i miei amici montanari che hanno un bar o qualche stanza da affittare, o fanno i maestri di sci, o lavorano come operai agli impianti. Questa per me è la parte più dolorosa della storia, perché non c'è un grande nemico, non uno stato o una multinazionale contro cui battermi, ma i miei amici e vicini di casa, il loro lavoro, la loro idea di futuro.
Poi ci sono gli sciatori, che qui da noi sono numeri e nient'altro: ogni giornata di ognuno di loro vale una certa somma, perciò basta contarli quando imboccano la valle e fare il calcolo, e così si sa quanti soldi portano alla montagna. Ma lo sanno gli sciatori come si fa una pista da sci? Io credo di no, perché altrimenti molti di loro non sosterrebbero di amare la montagna mentre la violentano. Una pista si fa così: si prende un versante della montagna che viene disboscato se è un bosco, spietrato se è una pietraia, prosciugato se è un acquitrino; i torrenti vengono deviati o incanalati, le rocce fatte saltare, i buchi riempiti di terra; e si va avanti a scavare, estirpare e spianare finché quel versante della montagna assomiglia soltanto a uno scivolo dritto e senza ostacoli. Poi lo scivolo va innevato, perché è ormai impossibile affrontare l'inverno senza neve artificiale: a monte della pista viene scavato un enorme bacino, riempito con l'acqua dei torrenti d'alta quota e con quella dei fiumi pompata dal fondovalle, e lungo l'intero pendio vengono posate condutture elettriche e idrauliche, per alimentare i cannoni piantati a bordo pista ogni cento metri. Intanto decine di blocchi di cemento vengono interrati; nei blocchi conficcati piloni e tra un pilone e l'altro tirati cavi d'acciaio; all'inizio e alla fine del cavo costruite stazioni di partenza e d'arrivo dotate di motori: questa è la funivia. Mancano solo i bar e i ristoranti lungo il percorso, e una strada per servire tutto quanto. I camion e le ruspe e i fuoristrada. Infine una mattina arrivano gli sciatori, gli amanti della montagna. Davvero non lo sanno? Non vedono che non c'è più un animale né un fiore, non un torrente né un lago né un bosco, e non resta nulla del paesaggio di montagna dove passano loro? Chi non mi crede o pensa che io stia esagerando faccia un giro intorno al Monte Rosa in estate: sciolta la neve artificiale le piste sembrano autostrade dai perenni cantieri, circondate da rottami, edifici obsoleti, ruderi industriali, devastazioni di cui noi stessi malediciamo i padri.
Ora, lo scambio per i montanari è chiaro. I soldi dello sci e del cemento, o l'integrità dal valore incerto del paesaggio di montagna? È almeno dagli anni Venti del Novecento che sulle Alpi abbiamo scelto: da un secolo preferiamo i soldi, seguendo un modello economico che bada al presente e trascura il futuro, perché ormai sappiamo tutti – questa è la differenza tra noi e i pionieri, loro potevano essere in buona fede e noi no – che tra altri cent'anni la vera ricchezza non saranno le piste che abbiamo costruito, ma la montagna che abbiamo lasciata intatta. Ne ho la prova ogni volta che accompagno nei luoghi del mio romanzo i giornalisti stranieri, esterrefatti che nel cuore dell'Europa possa esistere un mondo selvaggio di tale bellezza, e sono certo che verrebbero in tanti ad ammirarlo, se fosse un parco. Lo dico con affetto ai miei amici montanari: fermatevi, pensate ai figli. L'integrità di quel vallone per loro varrà mille volte di più di qualsiasi pista costruirete, quella è la vera eredità che gli spetta, il patrimonio che gli state portando via: vorranno sapere che cos'era un torrente, un lago, una distesa di erioforo, che rumore faceva un blocco di ghiaccio quando cadeva dallo strapiombo per schiantarsi sulle rocce. Da quei figli non sarete ricordati come portatori di prosperità e progresso, sarete ricordati come i distruttori. Chiedetevi se è questa la memoria di voi che volete lasciare.


venerdì 30 giugno 2017

SILVIA

(questo racconto è uscito nella Summer Fiction Issue di IL, magazine del Sole24ore: forse l'inizio di una nuova storia)

Ora che è solo, a Milano, nel cuore piovoso dell'inverno, gli torna in mente un certo rifugio e la ragazza che lo gestiva, nei giorni in cui girava in montagna dormendo dove capitava e tenendosi in quota abbastanza a lungo da dimenticare l'esistenza del fondovalle. Sono passati solo sei mesi ma la gamba che aveva allora gli sembra già un ricordo di gioventù. Questa ragazza aveva accettato di ospitarlo in cambio di lavoro e lui aveva spaccato legna e svuotato una cisterna dell'acqua dalla sabbia e lavato piatti per tutto il pomeriggio ma di sera erano soli, e dividevano un bicchiere di vino davanti alle pentole piene di posate che si asciugavano sulla stufa. Avevano appena fatto il conto dei posti in cui si erano sfiorati nella vita: a Bologna, sul finire degli anni Novanta, quando lei si manteneva facendo la modella all'accademia e abitava in una casa occupata, mentre lui andava a trovare la sua fidanzata dell'epoca due strade più in là; a Milano, anche se a lei Milano non piaceva, però ricordava un concerto in cui anche lui era stato e una notte su una panchina, una grande città ostile in una fase confusa dei suoi venticinque anni; e poi a Genova, come tutti, in quel luglio del 2001, mentre lui correva via dai lacrimogeni lei si era rifugiata nel primo portone aperto e aveva passato il pomeriggio alla finestra con una signora gentile; e poi a sorpresa a New York, in diversi momenti del decennio successivo, specie i sei mesi del 2008 in cui lei aveva abitato ad Harlem con un gallerista italiano e si era sentita, disse, un pezzo da collezione lei stessa, e lui era a Brooklyn come ogni autunno in cui aveva abbastanza soldi per starsene là (ricordavano l'elezione di Obama, l'aria di festa e rivoluzione di quei giorni, le donne nere che abbracciavano la gente per la strada, e poi avevano confrontato tempi e ragioni del loro disamore per New York). No, non si erano incontrati in questi posti né in chissà quanti altri; si erano mancati, elusi per tutta la giovinezza, o così pareva a lui, per trovarsi infine poco prima dei quarant'anni nel posto meno probabile: un vecchio rifugio dipinto di giallo, a due ore di cammino dal paese più vicino, con qualche lapide per qualche morto in montagna e una bandiera, che lei gestiva da sola ormai da tre anni per non sentirsi più il pezzo da collezione di nessuno e in cui lui era capitato per caso in uno dei suoi giri d'addio all'estate. Detto questo, passato lo stupore, avevano di colpo esaurito gli argomenti. In fondo era una storia comune, vicende comuni, i luoghi e i ricordi della gente della loro età. Lei era andata in cucina con una pentola d'acqua calda e lui era rimasto seduto davanti alla stufa, riflettendo sulle coincidenze: si disse che parliamo sempre di quelle che ti fanno incontrare le persone che hai incontrato nella vita ma mai di quelle che non te ne fanno incontrare delle altre, e forse proprio queste altre, chissà, sono le persone giuste per te. Si guardò intorno nella sala e capì meglio i disegni di alberi e animali alle pareti e la piccola biblioteca in un angolo, e le riviste anarchiche sulla montagna. Era un rifugio pieno di personalità, a questo stava pensando quando lei tornò con i capelli bagnati e un asciugamano in testa. Si era lavata i capelli in quei minuti che aveva passato di là? Lui si chiese come ci era riuscita da sola, in cucina, con una pentola d'acqua calda e chissà quale sapone. Gli sarebbe piaciuto aiutarla, o che lei gliel'avesse chiesto, che non se ne fosse andata di là a fare una cosa da sola. Ma poi in quella lunga serie di occasioni perdute e atti mancati ce ne fu uno compiuto che - lo sapeva già mentre lo vedeva accadere - si sarebbe ricordato per sempre: la ragazza si sedette per terra, aprì lo sportello della stufa e si tolse l'asciugamano dalla testa. I capelli erano lunghi, neri, selvatici. Cominciò ad asciugarli con una tecnica tutta sua: prendeva una ciocca, la portava davanti al viso, la pettinava con le dita di una mano sopra il palmo dell'altra, e in questo modo stendeva i suoi lunghi capelli neri davanti al fuoco. Glieli mostrava per pochi secondi e poi cambiava ciocca. Mentre faceva questo lavoro disse: sai, d'inverno mi sento una specie di sonnambula. Passano mesi e mesi di cui non mi ricordo niente, mi guardo da fuori e mi sembra di fare la vita di qualcun altro. Questo rifugio è più o meno l'unica cosa che ho. È un bel rifugio, disse lui. Fissava il rosso delle fiamme tra i capelli neri della ragazza, grato e commosso di poter dividere con lei quel suo momento privato. Gli sembrava di conoscerla da sempre. Le chiese se non avesse mai paura di starsene lassù da sola e lei rispose: tutti mi chiedono sempre se ho paura, chissà perché nessuno mi chiede mai se sono stanca. Sì, sono un po' stanca. Sai qual è il fatto? È che qualcosa nella montagna mi toglie ancora il fiato. Guarda, guarda com'è adesso fuori. E oggi, nel traffico di Milano, solo in macchina sotto la pioggia, oggi che quel giorno gli sembra lontanissimo vorrebbe aver avuto il coraggio di non obbedire, non voltarsi, non fingere di contemplare un tramonto di settembre, e risponderle che tutto quello che gli interessava guardare era lì davanti a sé. Dove sei oggi, ragazza sonnambula? Vai ancora in giro dormendo e aspettando l'estate e il tuo rifugio? Fermo al semaforo si prende una ciocca di capelli che non è lunga né nera né selvatica e la strofina tra il pollice e l'indice, poi cede alla tentazione di annusarsi le dita: polpastrelli che non sanno di niente se non di pioggia di volante di sapone di ragazza e di fumo.


sabato 6 maggio 2017

IL MODO DI ANGELA

(questo pezzo è uscito su Robinson del 30 aprile)

La casa di Angela Terzani a Firenze è un angolo d'Asia nascosto sulla collina a sud della città. In giardino le statue degli dei-animali, il portico di legno intarsiato guardano gli ulivi, e il profumo del sandalo si mescola a quelli della salvia e del rosmarino. Dentro, nel salotto, Tiziano è ritratto in meditazione in un quadro di Nicola Magrin, un piccolo uomo avvolto in una tunica e seduto davanti alle montagne. Sono i suoi ultimi anni di vita, quelli della malattia e dell'Himalaya. L'altro ricordo d'Himalaya è un rododendro in un vaso del terrazzo: laggiù i rododendri crescono fino a formare boschi intricati, li ho visti con i miei occhi anch'io, questo invece è soltanto un arbusto tra le rose. Ma sta preparando un fiore che, chiuso, è grande come un pugno, e vorrei esserci quando si aprirà, sarà un fiore spettacolare.
Angela Terzani è una signora elegante come la sua casa. Ha i modi di una donna abituata a ricevere e conversare. È sorridente, capace di metterti subito a tuo agio, e parla un italiano pieno di accenti diversi. A volte mi perdo in mezzo ai discorsi perché cerco di capire da dove viene una certa inflessione: il tedesco delle sue origini, certo, ma anche l'inglese di una vita all'estero, e chissà quanti altri suoni ha assorbito in trent'anni d'Asia. Il fiorentino spunta quando s'infervora, fa una battuta o cita qualcosa che Tiziano ha detto. Allora mi sembra di sentire lui. Penso che, dopo un lungo matrimonio, due persone finiscano per assomigliarsi in diversi aspetti, ma forse più di tutto nella lingua che hanno parlato tra loro. E quando uno non c'è più da tredici anni, come Tiziano Terzani, puoi ancora ritrovarlo nel lessico famigliare di sua moglie. Di lingue, case, coppie, chiedo ad Angela una settimana dopo, quando è a Milano per presentare il libro di ricordi che ha appena raccolto tra gli amici di Tiziano, “Diverso da tutti e da nessuno”.

Cominciamo dalle case?

Sì, a Tiziano piacevano molto le case, arredava persino le stanze d'albergo. Entrava e diceva: qui il letto ci sta male, e lo spingeva da un'altra parte. Rendeva accoglienti anche le stamberghe più orribili.

Di quali ti ricordi meglio?

Quella di Singapore fu la prima, nel '71: era la più semplice perché avevamo pochi soldi, c'erano i mobili coloniali inglesi dell'ufficiale che ci aveva abitato prima di noi. Era in mezzo a un grande parco, con tutti questi uccelli che cantavano. A Hong Kong siamo stati sul Peak, proprio in cima, lì per metà dell'anno eravamo soffocati dalle nebbie. Ogni tanto però si aprivano squarci meravigliosi su tutti i territori fino alla Cina, e questa era la cosa emozionante: in Cina non si poteva entrare ma da lì si poteva vedere. Piano piano abbiamo popolato la casa di cimeli, divinità dell'animismo cinese ma anche dell'Indonesia, della Malesia, delle Filippine.

Qual è il rapporto con la casa di una persona che ne cambia così tante? È davvero una casa o solo un rifugio temporaneo?

È una casa. Tutte le volte ci siamo portati dietro il letto, quello in cui io dormo ancora, e sempre gli stessi mobili. Quando si vive così per trent'anni, all'estero, girando da un posto all'altro, ti porti dietro la casa come una tartaruga. Quello è il luogo dove hai la tua famiglia e la casa diventa il tuo paese, le tue radici sono lì.

Che cosa c'era di Italia in queste case?

I libri via via trasportati, i romanzi che avevamo letto, i libri su cui Tiziano aveva studiato. Il cibo no, e nemmeno i mobili. La lingua sì. Siamo sempre rimasti una famiglia italiana.

Leggendo questo libro si ha la sensazione che esista, o sia esistita, una comunità internazionale dei corrispondenti, e che anche quella fosse una famiglia per voi.

Giusto, la parola famiglia è giusta, una famiglia con tanti membri che cambiavano, uno veniva spedito in Laos e l'altro nelle Filippine ma poi ci ritrovavamo sempre, e c'era una bella solidarietà. Eravamo lontani da casa, il contatto con le redazioni era per telex, in parole brevissime, e allora questi giornalisti erano come degli orfani dispersi per il mondo che si davano una mano uno con l'altro. Bisognava ingegnarsi, nessuno aveva il computer ma la macchina da scrivere, se ti si rompeva un pezzo era finita! C'erano questi club dei corrispondenti esteri dove potevi incontrare le stelle della seconda guerra mondiale, i guru della guerra in Corea e poi i giovani come Tiziano. Era come una confraternita.

Com'era essere una donna in questa comunità?

Negli anni Settanta cominciavano a esserci diverse giornaliste molto brave, ma in sostanza era ancora un mondo maschilista e coloniale, in quanto moglie non eri nessuno. Nel parlare non contavi assolutamente niente: parlavano loro, era un eterno parlare di cosa avevano visto prima, chi era chi, capi di stato, ministri, generali. Lavoravano sempre.

Leggendo “Un indovino mi disse” mi è sembrato che poi, negli anni '90, si sia creato uno scarto tra Tiziano e quella comunità, che a un certo punto lui sia andato per la sua strada.

Forse lui non è mai stato un vero giornalista, nel senso che il lavoro non era l'unica cosa che gli interessava. Aveva una visione del mondo socialista, all'inizio, anticolonialista e molto antiamericana. Il Vietnam era la guerra di Spagna della nostra generazione, carica di speranza e ideologia. Così alla fine, quando c'è stata questa delusione del socialismo, e la speranza si è vanificata in Cina, nell'Unione Sovietica, Tiziano è caduto in una grande depressione. Il Giappone in particolare l'ha depresso molto, lui era partito per l'Asia in cerca di un altro mondo, di un altro modo di vivere, e in Giappone ha ritrovato l'America all'ennesima potenza. Da lì è partito il viaggio di “Un indovino mi disse”. Ha dato peso a una parte di sé a cui non aveva mai dato peso: la riflessione sull'uomo. Allora si è allontanato dai suoi colleghi e anche i suoi colleghi lo hanno sentito, pensavano che Tiziano fosse diventato matto.

La ricerca che da politica diventa spirituale. È stato allora che siete approdati in India.

L'India all'epoca si era appena aperta al commercio internazionale, noi abbiamo visto le prime insegne della Coca Cola, è sempre la prima a rompere le scatole! Era piena di fachiri, serpenti, faceva paura, Folco e Saskia erano terrorizzati da questi fachiri con i turbanti, i mendicanti, i lebbrosi. Ma Tiziano era stanco di guerre. Soprattutto ha visto i risultati delle guerre e delle rivoluzioni che erano sempre terribili, c'erano sempre milioni di morti. Lui stesso che aveva creduto nella rivoluzione – era anche anarchico Tiziano, avrebbe volentieri tagliato la testa a qualcuno – si è accorto che non era quella la risposta. Allora qual era la risposta? Come lo cambi il mondo se non con la guerra? Alla fine si è dato la risposta utopica: cambiando te stesso.

Come siete arrivati all'Himalaya? Tiziano non era un uomo di montagna, era senz'altro innamorato delle città.

Lui pensava alla montagna come un eremita, come gli indiani a cui la montagna ispira Dio. Ha smesso di fare il giornalista a cinquantotto anni, ha detto e adesso cos'altro voglio fare? Voglio stare ritirato e scrivere un libro. Ma dove? Allora siamo andati in cerca di qualche posto in Himalaya dove lui potesse stare. A un certo punto sentiamo parlare di questo solitario, questo vecchio, che abitava a qualche ora di cammino, dove non arrivava la macchina. La montagna era bellissima e Tiziano in quel momento della sua vita, non prima, aveva bisogno di questo. È andato ad abitare con il vecchio e ha cominciato a scrivere, gli ci sono voluti quattro anni. C'era un ragazzo che andava a prendergli l'acqua e il cibo. Non ha mai pensato di tenere un orto né è entrato in relazione con i montanari locali, perché non parlava l'hindi. Questo era il suo rapporto con la montagna, come un monaco con il monastero.

E che cosa pensa una moglie quando il marito si chiude in un monastero?

Questa è la domanda di molti, perché davvero non è facile stare con un uomo così. Ma noi eravamo stati insieme tanti anni già prima di partire per l'Asia, erano solide le basi della nostra vita insieme. Quando Tiziano lavorava all'Olivetti l'avevo visto così infelice... Sai, quando tu vivi con uno così, nato sotto il segno della tigre, è come una tigre in gabbia se non è nel posto giusto, e tu pensi: o si salva lui o non si salva nessuno! Tiziano all'infelicità si ribellava, secondo me sapeva di non avere tanto tempo da vivere. Allora ho pensato: bene, hai trovato il tuo posto, hai trovato quello che ti serve. Io a quel punto ho fatto tutto quello che lui non voleva più fare: la burocrazia, le nostre due madri anziane da curare, i traslochi, i figli tutt'e due all'estero in posti diversi. Ma siamo sempre rimasti in contatto. Mi scriveva tutti i giorni e mandava questo ragazzo, che ci metteva due ore di cammino, a spedire le lettere via fax. Abbiamo continuamente comunicato e a me bastava. A volte lo andavo a trovare e stavamo benissimo, di nuovo, per settimane, perché lui si trasformava quando era a suo agio, quando era contento si calmava, dava il meglio di sé. Io mi sono adattata, questo alcune donne me lo rimproverano, ma era così o era niente. Dicono: io per mio marito non lo avrei mai fatto. Ma sai, rispondo, neanche io per il tuo, per quello lì non lo avrei mai fatto, ma per Tiziano sì, perché era così interessante! Sento che è stato un privilegio stare con lui. Ho imparato tanto, ho viaggiato, ho incontrato tante persone, ho avuto il tempo dopo di pensare e di capire. Sono tredici anni ormai che sono sola. È stata una grande occasione.

Perché tra tutti questi contributi degli amici di Tiziano manca il tuo?

Perché non avrei potuto farlo in poche pagine. Sto scrivendo un libro sulla nostra vita insieme. Ci vuole tempo.

Tutto il tempo che vuoi, Angela. Lo aspettiamo come quel fiore di rododendro, ci saremo quando si aprirà.


martedì 25 aprile 2017

IL GIORNO DELLE MESULES

(Questo pezzo è uscito su Robinson del 23 aprile, il giorno giusto però è oggi. Viva i ribelli della montagna!)

Il corpo di Ettore Castiglioni, milanese di buona famiglia, alpinista tra i più forti degli anni Trenta, emerse nel giugno del '44 dalla neve che si scioglieva, nei pressi del passo del Forno che divide l'Italia dalla Svizzera. In marzo l'avevano fermato al di là del confine, non era la prima volta che succedeva, ormai lo conoscevano: uno strano tipo di partigiano solitario che dall'autunno faceva avanti e indietro per le montagne di frontiera, sfruttando le sue doti di alpinista per tenere i contatti tra la Resistenza italiana e gli antifascisti rifugiati in Svizzera, alcuni dei quali lui stesso aveva accompagnato di là. Dove era stato arrestato non c'era un carcere, così per evitare che scappasse gli avevano tolto la giacca, i calzoni e le scarpe e l'avevano chiuso in una stanza d'albergo. Castiglioni era scappato lo stesso: in marzo, di notte, sotto la nevicata, con una coperta sulle gambe e i ramponi legati agli stracci avvolti ai piedi, aveva risalito il ghiacciaio puntando un valico a tremila metri. Ce l'aveva perfino fatta. Al di qua del confine doveva essersi fermato a riposare, si era appoggiato contro un masso, aveva ceduto alla fatica e al sonno e non si era più svegliato. Era morto nel modo in cui desiderava: "LIBERTÀ. E così sia", aveva scritto nei suoi diari pochi mesi prima, come dettando un epitaffio.


Chi era davvero Ettore Castiglioni si seppe solo mezzo secolo dopo, quando il nipote Saverio Tutino, partigiano lui stesso e poi giornalista, corrispondente per l'Unità dalla Cina e da Cuba, fondatore dell'archivio diaristico di Pieve Santo Stefano, trovò quei diari nei cassetti di casa e li portò a un editore. Sarebbero diventati Il giorno delle Mésules, che oggi Hoepli ripubblica nella collana Stelle Alpine e che personalmente considero il più bel libro d'alpinismo della mia biblioteca. Perché in queste pagine, come nella letteratura di genere non succede mai, la montagna si fonde a un'epoca e l'alpinista al cittadino, all'intellettuale, all'antifascista, infine al partigiano.
Castiglioni era nato nel 1908, da quella borghesia milanese a cui veniva impartita un'educazione laica, liberale, umanistica nel senso più vasto del termine: ne facevano parte gli studi classici ma anche l'arte, il teatro, la musica. E ne faceva parte la montagna. La montagna era la scuola in cui insegnare a questi figli colti e benestanti altri valori, come la forza interiore, la sopportazione della fatica, la responsabilità di se stessi e degli altri, l'amore per una vita libera, austera, divisa con gli amici più intimi. Ettore cominciò ad arrampicare con i fratelli maggiori fin da ragazzino. Solo che per Bruno e Manlio, come per molti altri, la montagna sarebbe rimasta soltanto una passione giovanile, poi sacrificata ai doveri dell'età adulta, al ruolo di marito e di padre e a una solida professione in città; a Ettore invece quell'amore avrebbe cambiato la vita. “A Milano mi sento sempre di passaggio, anche quando vi resto per parecchi mesi. Fra le mie crode mi sento a casa mia.” Per tutta la giovinezza furono i suoi due mondi, le sue due stagioni: gli inverni in città, il pianoforte, la Scala, le aule universitarie, la Sormani, i libri; le estati a vagabondare sui sentieri, dormire nei rifugi e nei fienili, spellarsi le mani sulla roccia. “Partivo da solo, non sapevo dove andavo: prendevo una strada e la seguivo alla ventura. E così vivevo della vita più piena, più pura, più giovanile.” Poi però sarebbe cresciuto in fretta. Aveva diciannove anni, nel '27, quando morì sua madre. Nel '30 partì militare, nel '31 tornò a Milano per laurearsi in legge. Allora il tempo delle scorribande sembrò finito per l'avvocato Castiglioni: il padre aveva dei progetti per quel figlio irrequieto e lo spedì a farsi le ossa lontano da casa, a Londra, nel '32, forse anche per levargli le montagne dalla testa. Ottenne il risultato contrario: in quell'anno triste di esilio, dubbi, sensi di colpa, Ettore comprese in pieno la sua vocazione e decise di seguirla, a costo di deludere il padre. “Dal momento che ho la possibilità di esser felice e di vivere pienamente la mia vita, perché non debbo farlo? Ho sentito la necessità di dedicare la mia capacità esclusivamente alla montagna.”

(Castiglioni con Bruno Detassis ai tempi della loro fortissima cordata)

Tornato in Italia, trovò o forse gli trovarono il lavoro adatto, appassionante benché modesto per uno con i suoi titoli: autore di guide escursionistiche per il Touring Club Italiano. Ettore lo svolse con dedizione totale. Quel compito gli permetteva di stare in montagna tutto il tempo che voleva, di allenarsi, arrampicare, sciare, e a metà degli anni Trenta raggiunse l'apice della sua carriera: tra le Dolomiti del Brenta e la Marmolada, in cordata con Detassis, Vinatzer, Pisoni, firmò vie storiche di sesto grado, allora il limite insuperato. Era anche la stagione degli eroi di regime, campioni fascisti loro malgrado come Comici, Gervasutti e lo stesso Castiglioni, che ricevendo una medaglia per meriti sportivi si indignò e giurò sul diario di non pubblicare più le relazioni delle proprie scalate. Salire sulle montagne senza dirlo a nessuno è in un certo senso la negazione dell'alpinismo, che è per metà impresa, per metà racconto (e la gloria che ne segue). Ettore decise di proteggere così la purezza del proprio andare in montagna: “il vero alpinista non può essere fascista, perché le due manifestazioni sono antitetiche nella loro più profonda essenza.” Lo comprese una volta per tutte il 18 marzo del '36, quando, vagabondando con gli sci sull'altipiano delle Mésules, cadde e si ruppe una gamba. Restò per ore nella neve in attesa dei soccorsi, e invece di piombare nella disperazione ebbe un'esperienza di pace interiore e armonia con la montagna che avrebbe ricordato per sempre. Dopo il giorno delle Mésules non gli sembrò più così importante collezionare cime né primati. “Solo chi raggiunge l'amore è alpinista”, scrisse, e qui sta forse il nucleo più autentico del suo antifascismo, la negazione dei principi di volontà, potenza e conquista che in quegli anni stavano trascinando l'Europa nel buio.
Castiglioni lo vide arrivare più con disprezzo che con paura (“una massa di imbecilli, vigliacchi, tracotanti e boriosi”, scrisse di ritorno da un viaggio a Berlino). Riuscì a starne fuori fino al '43, quando fu richiamato alle armi e assegnato come istruttore alla scuola militare di alpinismo di Aosta. L'otto settembre, nel caos generale, da ufficiale dell'esercito italiano non ebbe dubbi sul da farsi: prese con sé una decina di alpini e salì all'alpeggio del Berio, sopra al paese di Ollomont, in una valle minore e appartata. Il confine con la Svizzera è a tre ore di sentiero e presto dal Piemonte cominciarono ad arrivare ebrei e antifascisti in fuga dai tedeschi, cercando qualcuno che li accompagnasse di là. Uno di questi era Luigi Einaudi, primo presidente della Repubblica. Così il Berio diventò per breve tempo un rifugio di profughi e una piccola repubblica partigiana: “ci sentiamo davvero tutti compagni, tutti amici, tutti eguali.” Fu anche l'ultimo luogo felice di Ettore Castiglioni. Uno che per tutta la vita aveva cercato il proprio posto nel mondo e finì per trovarlo lì, nel tempo delle scelte, tra quattro baite e un pugno di uomini, avendo bene in mente la direzione da tenere. “In alto, in alto, e sempre più in alto.” E così sia.

(Il Berio come l'ho trovato io la scorsa estate. Mi dicono che il sindaco di Ollomont sia una brava persona: bisognerebbe metterci una targa.)